Pro-memoria
Autor: Andrea Vitali
Editorial: iVitali (2016-03-16)
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iVitali
iVitali. Chi sono costoro? Il risultato di una giocosa e felice alchimia che, quando si verifica, sembra contravvenire alle piatte ed elementari regole della vita: quelle dei bisogni primari, del fare in funzione dell’avere, del pubblicare in relazione alla legge della domanda e dell’offerta.
iVitali è il nome proprio di una collana di libri d’arte, che d’arte in senso stretto non possono essere definiti e che si presenta con il coraggio dell’amicizia, del diletto e dell’intelligenza.
Una collana che nasce nello spontaneo disinteresse di un rapporto umano e artistico fra due uomini e che per questo si costruisce sulla speranza della verità .
I Vitali sono due. Giancarlo è un pittore di fama consolidata.
Mostre rimaste storiche, critici che lo hanno intensamente amato non solo per i suoi risultati artistici ma anche per quella sua riservata, quasi monacale immersione in un mondo fatto di tele e tavolozze e di ininterrotta e mai incerta vocazione.
Andrea è uno scrittore, ma anche un medico di base, cioè uno di quelli che ogni giorno sono costretti ad ascoltare le sofferenze piccole e grandi di tutti e che per uscire da questa pesante responsabilità magari si mettono a scrivere e scrivendo magari divengono famosi e vincono premi letterari e sono amati dalla gente. I due Vitali si conoscono da sempre. Da sempre il più grande, il pittore, quando qualcosa non va, è solito consultare il più giovane, il medico e scrittore.
Col tempo i due si scoprono somiglianti e poi amici.
Da lì nasce quest’idea, anzi l’idea nasce dopo.
Prima in Giancarlo nasce la voglia di disegnare e di dipingere qualcosa su piccoli fogli di fortuna. Schizzi, carboncini, preziose carte spesso toccate anche col colore. Esercizi virtuosi di spontanea riflessione che hanno il dono del talento.
Poi in Andrea sale il desiderio di scrivere qualcosa per questi disegni dipinti. L’idea è semplicemente questa. Agli artisti non si può chiedere il perché di ciò che fanno.
Silhouette è stato il primo risultato della loro voglia di giocare.
Con Tutti Santi, 33Re, La Carne, Stralunano e adesso Pro-memoria questo gioco sta diventando sempre più importante.
Al lettore implicato anche dal piacere dell’arte figurativa lasciamo la libertà di sondare il primo risultato di un gioco assolutamente serio com’è quello che insieme ci propongono. Nella breve attesa che altri titoli siano dati alle stampe. Titoli che comporranno un bestiario umano che riguarda ciascuno di noi.
L’editore
iVitali. Chi sono costoro? Il risultato di una giocosa e felice alchimia che, quando si verifica, sembra contravvenire alle piatte ed elementari regole della vita: quelle dei bisogni primari, del fare in funzione dell’avere, del pubblicare in relazione alla legge della domanda e dell’offerta.
iVitali è il nome proprio di una collana di libri d’arte, che d’arte in senso stretto non possono essere definiti e che si presenta con il coraggio dell’amicizia, del diletto e dell’intelligenza.
Una collana che nasce nello spontaneo disinteresse di un rapporto umano e artistico fra due uomini e che per questo si costruisce sulla speranza della verità .
I Vitali sono due. Giancarlo è un pittore di fama consolidata.
Mostre rimaste storiche, critici che lo hanno intensamente amato non solo per i suoi risultati artistici ma anche per quella sua riservata, quasi monacale immersione in un mondo fatto di tele e tavolozze e di ininterrotta e mai incerta vocazione.
Andrea è uno scrittore, ma anche un medico di base, cioè uno di quelli che ogni giorno sono costretti ad ascoltare le sofferenze piccole e grandi di tutti e che per uscire da questa pesante responsabilità magari si mettono a scrivere e scrivendo magari divengono famosi e vincono premi letterari e sono amati dalla gente. I due Vitali si conoscono da sempre. Da sempre il più grande, il pittore, quando qualcosa non va, è solito consultare il più giovane, il medico e scrittore.
Col tempo i due si scoprono somiglianti e poi amici.
Da lì nasce quest’idea, anzi l’idea nasce dopo.
Prima in Giancarlo nasce la voglia di disegnare e di dipingere qualcosa su piccoli fogli di fortuna. Schizzi, carboncini, preziose carte spesso toccate anche col colore. Esercizi virtuosi di spontanea riflessione che hanno il dono del talento.
Poi in Andrea sale il desiderio di scrivere qualcosa per questi disegni dipinti. L’idea è semplicemente questa. Agli artisti non si può chiedere il perché di ciò che fanno.
Silhouette è stato il primo risultato della loro voglia di giocare.
Con Tutti Santi, 33Re, La Carne, Stralunano e adesso Pro-memoria questo gioco sta diventando sempre più importante.
Al lettore implicato anche dal piacere dell’arte figurativa lasciamo la libertà di sondare il primo risultato di un gioco assolutamente serio com’è quello che insieme ci propongono. Nella breve attesa che altri titoli siano dati alle stampe. Titoli che comporranno un bestiario umano che riguarda ciascuno di noi.
L’editore
L’odore della campagna
Ci sono i nomi, prima di tutto. E come sempre, nelle narrazioni di Andrea Vitali, fanno baluginare un mondo, così che l’onomastica diventa, aldilà dell’intreccio, il viatico per pensieri ulteriori, ricami che si aggiungono all’ordito.
Lidovina, Vinci, Felicino, Perlina, Silvestro, Eribice-Bice, Arcangela, Ottaviano. Ci sono i cognomi: Sedanelli, Piedivico, Maltolti, Anzibene, Stancabassi. Anime e corpi che il sole trafigge nella Bassa, tra Cremona e Brescia. In un periodo di tempo che va dagli anni Trenta al 1974, inglobando la guerra (che resta sullo sfondo, come una delle tante occorrenze della vita, né peggio né meglio di altre) e la rinascita italiana del boom. Dall’ “aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende†alla Lambretta, e dopo. Le esistenze toccate da Vitali, che ne illumina le svolte, vivono una vita comune e speciale: come succede alle vite che si trasformano in letteratura, e lasciano il percorso collettivo per diventare esemplari.
Il fragile Felicino, nato da un parto difficile, figlio del veterinario che castra i cavalli e punzona le vacche, si porterà dietro per sempre - immaginiamo, il racconto lo lascia, appunto, nel 1974 - la sua gracilità , resa ancora più inattuale (nell’Italia che cresce, lavora, cafoneggia) dalla passione per lo studio, per il lavoro senza clamori e ambizioni. Felicino si rispecchia, ma è uno specchio deformante, nel fratello o fratellastro (il padre è un altro) Silvestro, tempra forte, uomo efficiente e sbrigativo, al passo con i tempi. In questo confronto che non diventa scontro, sta il bandolo del racconto.
Le pennellate di Vitali ben si sposano all’arte di Giancarlo Vitali con i suoi “quadri†di campagna. Il tono è quello della storia raccontata in treno: succedono molte cose, c’è chi muore schiantandosi con la moto contro un pioppo (“lasciando questo mondo circonfuso da una delle prime nebbie di stagioneâ€), chi lotta contro la tisi, chi fa figli, chi investe e guadagna denaro senza riguardi agli affetti: pecunia non olet.
Sono pennellate che ben lasciano traccia anche le descrizioni dei pensieri morali che attraversano le menti dei protagonisti.
In un mondo dove il prevosto fa da psicoanalista, e la dicotomia città -campagna è un motore del congegno narrativo, le decisioni vanno prese senza ambasce.
Niente rovelli alla Dostoevskij, neanche l’ombra delle mezze tinte o del “color tortora†di Čechov, che appesantisce il cuore.
Vitali ritaglia figure e figurine con la felicità di chi sa raccontare. Non ci sono colpi di scena, plot da indovinare, deviazioni di rotta, esercizi di stile. La storia è lì, cruda e nuda davanti agli occhi. Vite precarie (un olmo può trovarsi davanti alla strada di ognuno), amori nei binari, consuetudini di un presepe umano che in fondo resta uguale a se stesso, mentre cambia il mondo. Le vite perdute di Pasolini, per il quale il panorama cambiava anche internamente, non sono queste di Vitali e scusate il bisticcio tra vita e Vitali: ma avrà qualche importanza se l’esistenza, anche nella sua piccolezza, è la specialità dell’autore. Felicino, che deve subire le ambiziose e piccolo-borghesi paturnie della moglie, avrà sempre nelle narici, anche quando fatica nello studio legale Stancabassi di Cremona, l’odore della campagna. Gli arriva dalla cascina dove è stato Felicino-felice, per alcuni tratti della vita. Portava a cavalluccio il fratello, tra erbe e galline, prima che il fratello si trasformasse in un omone. Riposava nel granoturco, guardava i cieli mutevoli, nelle lontane estati, quando lasciava il collegio per tornare a casa. La campagna Felicino se l’è sempre portata dietro, suo fratello Silvestro invece l’ha sfruttata, vivendoci, banalizzandola come un’azienda qualsiasi, mentre ruggiva l’Italia della crescita. Vitali non prende partito, racconta.
Spia le invidie sociali, le mode (la villetta tra Bordighera e Sanremo, la casa di montagna sulla Presolana), le prudenze di un ceto che oggi non c’è più, colpito a morte non solo dalla crisi, ma dalla perdita di centralità . Tuttavia questo racconto non va letto come un trattato di sociologia, perderebbe la sua incisività . E invece lasciamoci portare a castrare cavalli con il veterinario, viviamo gli sbocchi di sangue di Lidovina (ma forse è mancanza d’amore, non bacillo di Koch), i fastidi di Bice, le fortune di Silvestro. Godiamoci la Bassa e le sue trasformazioni, strade e fumi, prime nebbie e antichi fuochi nelle cascine. L’artista Giancarlo Vitali popola la campagna di case di legno, gatti, uccelli, figure arcaiche a cercare consolazione. Cerchiamo Felicino Piedivico: potrebbe essere ancora vivo tra di noi, avvocato in pensione, a Cremona, con la sua Bice. Questo, Vitali non ce lo conferma, sta alla nostra libertà di lettori immaginarlo. Approfittiamone.
(Antonio Bozzo)
Ci sono i nomi, prima di tutto. E come sempre, nelle narrazioni di Andrea Vitali, fanno baluginare un mondo, così che l’onomastica diventa, aldilà dell’intreccio, il viatico per pensieri ulteriori, ricami che si aggiungono all’ordito.
Lidovina, Vinci, Felicino, Perlina, Silvestro, Eribice-Bice, Arcangela, Ottaviano. Ci sono i cognomi: Sedanelli, Piedivico, Maltolti, Anzibene, Stancabassi. Anime e corpi che il sole trafigge nella Bassa, tra Cremona e Brescia. In un periodo di tempo che va dagli anni Trenta al 1974, inglobando la guerra (che resta sullo sfondo, come una delle tante occorrenze della vita, né peggio né meglio di altre) e la rinascita italiana del boom. Dall’ “aratro che traccia il solco ma è la spada che lo difende†alla Lambretta, e dopo. Le esistenze toccate da Vitali, che ne illumina le svolte, vivono una vita comune e speciale: come succede alle vite che si trasformano in letteratura, e lasciano il percorso collettivo per diventare esemplari.
Il fragile Felicino, nato da un parto difficile, figlio del veterinario che castra i cavalli e punzona le vacche, si porterà dietro per sempre - immaginiamo, il racconto lo lascia, appunto, nel 1974 - la sua gracilità , resa ancora più inattuale (nell’Italia che cresce, lavora, cafoneggia) dalla passione per lo studio, per il lavoro senza clamori e ambizioni. Felicino si rispecchia, ma è uno specchio deformante, nel fratello o fratellastro (il padre è un altro) Silvestro, tempra forte, uomo efficiente e sbrigativo, al passo con i tempi. In questo confronto che non diventa scontro, sta il bandolo del racconto.
Le pennellate di Vitali ben si sposano all’arte di Giancarlo Vitali con i suoi “quadri†di campagna. Il tono è quello della storia raccontata in treno: succedono molte cose, c’è chi muore schiantandosi con la moto contro un pioppo (“lasciando questo mondo circonfuso da una delle prime nebbie di stagioneâ€), chi lotta contro la tisi, chi fa figli, chi investe e guadagna denaro senza riguardi agli affetti: pecunia non olet.
Sono pennellate che ben lasciano traccia anche le descrizioni dei pensieri morali che attraversano le menti dei protagonisti.
In un mondo dove il prevosto fa da psicoanalista, e la dicotomia città -campagna è un motore del congegno narrativo, le decisioni vanno prese senza ambasce.
Niente rovelli alla Dostoevskij, neanche l’ombra delle mezze tinte o del “color tortora†di Čechov, che appesantisce il cuore.
Vitali ritaglia figure e figurine con la felicità di chi sa raccontare. Non ci sono colpi di scena, plot da indovinare, deviazioni di rotta, esercizi di stile. La storia è lì, cruda e nuda davanti agli occhi. Vite precarie (un olmo può trovarsi davanti alla strada di ognuno), amori nei binari, consuetudini di un presepe umano che in fondo resta uguale a se stesso, mentre cambia il mondo. Le vite perdute di Pasolini, per il quale il panorama cambiava anche internamente, non sono queste di Vitali e scusate il bisticcio tra vita e Vitali: ma avrà qualche importanza se l’esistenza, anche nella sua piccolezza, è la specialità dell’autore. Felicino, che deve subire le ambiziose e piccolo-borghesi paturnie della moglie, avrà sempre nelle narici, anche quando fatica nello studio legale Stancabassi di Cremona, l’odore della campagna. Gli arriva dalla cascina dove è stato Felicino-felice, per alcuni tratti della vita. Portava a cavalluccio il fratello, tra erbe e galline, prima che il fratello si trasformasse in un omone. Riposava nel granoturco, guardava i cieli mutevoli, nelle lontane estati, quando lasciava il collegio per tornare a casa. La campagna Felicino se l’è sempre portata dietro, suo fratello Silvestro invece l’ha sfruttata, vivendoci, banalizzandola come un’azienda qualsiasi, mentre ruggiva l’Italia della crescita. Vitali non prende partito, racconta.
Spia le invidie sociali, le mode (la villetta tra Bordighera e Sanremo, la casa di montagna sulla Presolana), le prudenze di un ceto che oggi non c’è più, colpito a morte non solo dalla crisi, ma dalla perdita di centralità . Tuttavia questo racconto non va letto come un trattato di sociologia, perderebbe la sua incisività . E invece lasciamoci portare a castrare cavalli con il veterinario, viviamo gli sbocchi di sangue di Lidovina (ma forse è mancanza d’amore, non bacillo di Koch), i fastidi di Bice, le fortune di Silvestro. Godiamoci la Bassa e le sue trasformazioni, strade e fumi, prime nebbie e antichi fuochi nelle cascine. L’artista Giancarlo Vitali popola la campagna di case di legno, gatti, uccelli, figure arcaiche a cercare consolazione. Cerchiamo Felicino Piedivico: potrebbe essere ancora vivo tra di noi, avvocato in pensione, a Cremona, con la sua Bice. Questo, Vitali non ce lo conferma, sta alla nostra libertà di lettori immaginarlo. Approfittiamone.
(Antonio Bozzo)